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Ucraina | Il Natale cattolico diventa festa per legge

Il presidente ucraino Petro Poroshenko ha firmato la legge il 29 novembre, due settimane dopo che il testo era stato approvato dalla Rada, il parlamento di Kiev. In tempo perché già da quest’anno gli ucraini possano festeggiare due volte il Natale. Un provvedimento non così sentito dalla gente, dato che riguarda, secondo le stime, dall’1 al 3% della popolazione.

Nonostante la spacconata retorica pubblicata sul sito della Rada – «Dobbiamo garantire il diritto degli ucraini di festeggiare il Natale nel giorno più appropriato alla loro religione e alla loro fede» – come stanno le cose lo ha detto chiaro e tondo il segretario del consiglio di Sicurezza e difesa, Oleksandr Turchynov, all’indomani del voto in parlamento. «Si tratta di un voto storico, che permette all’Ucraina di prendere le distanze dal calendario di Mosca e dagli standard imperiali russi».

Derussificazione

I numeri danno ragione a Turchynov. La stragrande maggioranza degli ucraini è di religione cristiano ortodossa. Secondo gli ultimi dati disponibili, i cattolici sarebbero il 9%. Ma di questi, la maggioranza – presente soprattutto nelle regioni occidentali – è di confessione greco cattolica: insomma, anche loro celebrano il Natale il 7 gennaio, come gli ortodossi.

Ma non serve neanche ricorrere ai numeri. La legge appena varata non si limita infatti a stabilire una nuova festività, ma anche a cancellarne un’altra: il 2 maggio, ossia il secondo dei due giorni con cui si celebrava sin dai tempi sovietici in gran pompa la festa dei lavoratori. Il senso della modifica al calendario è chiara: il passato sovietico – che in molti di questi aspetti iconici sopravvive nel presente russo – non ci appartiene.

In realtà il “Natale occidentale” (come è stato chiamato dalla stampa locale, indicando chiaramente che la religione c’entra poco) è solo l’ultima delle pennellate che l’Ucraina sta dando alla propria immagine di Paese ex sovietico.

Non un solo Cristo

Le leggi sulla decomunistizzazione del Paese, varate dopo la Maidan e l’aggressione russa con l’annessione manu militari della Crimea, hanno già spazzato via dalla faccia dell’Ucraina le innumerevoli statue di Lenin e le vie intitolate agli eroi della rivoluzione bolscevica. Decine di città hanno cambiato nome e il simbolo della festa più sentita in Russia e in molti Paesi vicini – il giorno della vittoria sul nazifascismo, il 9 maggio – dal nastro giallonero di San Giorgio (appuntato spesso sulle divise dei separatisti dell’est e dei soldati russi) è stato cambiato in un papavero stilizzato.

E basta andare proprio nei territori sotto il controllo dei separatisti appoggiati dai russi per capire in pieno il valore di questi simboli. Dove, appunto, il nastro di San Giorgio è ostentato come rivendicazione di un’attinenza russa e sulle caserme dei miliziani sventolano bandiere con lo ieratico cristo pantocratore dell’iconografia russo ortodossa. E di Natale ce n’è solo uno.