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Cosa pensano davvero Trump e Tillerson dell’Ucraina

Cosa pensano davvero Trump e Tillerson dell’Ucraina

Nell’audizione al Senato dell’11 gennaio, il prossimo Segretario di Stato americano, Rex Tillerson, finora CEO della Exxon, ha preso una posizione ferma sull’Ucraina e sui rapporti con la Russia. Dall’altro è stato prudente (e rimarrà sotto osservazione) sulle relazioni tra Putin e Trump, sul giudizio sugli attacchi hacker per condizionare le elezioni americane e sul atteggiamento russo in Siria. Ha mostrato una linea più coerente con la tradizionale posizione repubblicana, e ha resistito tra l’altro alle domande del senatore Marco Rubio, che rappresenta una fetta del partito ancora critica nei confronti del prossimo Presidente degli Stati Uniti.

Riguardo all’attacco e poi all’annessione della Crimea alla Russia nel 2014, Tillerson ha in particolare detto che la risposta occidentale (e dell’amministrazione Obama) è stata debole, e che questa debolezza ha lasciato spazio e coraggio alla Russia per l’intervento nel Donbass. Occorreva invece dare una mano all’Ucraina, che doveva “rafforzare le difese a est”, e doveva essere aiutata dagli Stati Uniti e dalla Nato con una posizione più ferma, con mezzi militari e intelligence.

Riprendendo in questo modo la posizione repubblicana del 2014, Tillerson ha per il momento ripulito il campo dai dubbi che sono stati seminati durante la campagna di Trump sull’indebolimento del sostegno all’Ucraina.

La “Russia oggi costituisce un pericolo” ma non è un soggetto “imprevedibile”. Per Tillerson, la Russia pensa in modo diverso, e occorre “un dialogo aperto e franco relativamente alle sue ambizioni”: dove gli interessi coincidono si può coadiuvare, come sul terrorismo internazionale. Tuttavia gli alleati Nato “hanno ragione di essere allarmati” di questa “resurgent Russia”: ma è colpa della leadership americana, che non ha mandato i segnali giusti, ha ceduto sulle linee rosse, ha lasciato porte aperte.

“Dove permangono importanti differenze, dobbiamo essere risoluti nel difendere gli interessi dell’America e dei suoi alleati” ha detto Tillerson, aggiungendo che “la Russia deve sapere che saremo responsabili per i nostri impegni e per quelli dei nostri alleati”, e che “la Russia deve essere chiamata a rispondere delle proprie azioni”.

Intanto, il clima in Ucraina presenta alcuni segnali nuovi. Il 29 dicembre, Viktor Pinchuk, un oligarca ucraino con relazioni ancora solide con la Russia, ha pubblicato un commento sul Wall Street Journal in cui propone di lasciare la Crimea alla Russia (per una ventina di anni), di rinunciare all’adesione all’Unione europea e alla Nato, e di tenere le elezioni locali in Donbass alle condizioni attuali, quindi in condizione di occupazione filorussa. Qualche giorno dopo, senza scomodare i vertici politici, il vice capo dell’ufficio del Presidente Poroshenko, Kostiantyn Yelisieiev (già ambasciatore presso l’UE fino al 2015) ha liquidato la proposta, ma la reazione sui media è stata evidente.

D’altra parte, proprio a fine dicembre è apparso un blog, o forse un fake-blog, dell’ex-presidente Viktor Janukovyč, fuggito in Russia nel febbraio del 2014 dopo i morti di Maidan. Sarebbe forse passato inosservato se non fosse stato pubblicato proprio su una testata online assai nota, il Korrespondent, che era stata comprata nel 2013 da un gruppo controllato proprio da Janukovyč. Dall’agosto 2016 è poi in corso una campagna stampa, con il sostegno di vari parlamentari di area del vecchio Partito delle Regioni di Janukovyč, sui social network o sul web con nuove testate, che auspica il ristabilimento di relazioni economiche tra Ucraina e Russia.

Sull’altro versante, il 9 gennaio, diciassette esponenti politici dei Paesi membri dell’Unione europea dell’area centro-orientale, tutti appartenenti al PPE, hanno scritto una lettera al presidente eletto Donald Trump, invitandolo a mantenere le sanzioni alla Russia sul tema dell’Ucraina, e a rafforzare e non ad allentare i legami transatlantici. Tra i firmatari si trovano Carl Bildt, già ministro degli esteri svedese, l’attuale presidente bulgaro, Rossen Plevneliev, insieme a Traian Băsescu, Vaira Vīķe-Freiberga, Toomas Hendrik Ilves già presidenti di Romania, Lettonia e Estonia, e all’ex ministro degli esteri polacco Radosław Sikorski.

Infine va ricordato che la guerra a bassa intensità continua, con scontri in aumento: nei primi dieci giorni dell’anno si sono registrati 400 incidenti militari nelle aree di conflitto, in particolare nei dintorni di Mariupol e a Svitlodarsk, a una dozzina di chilometri da Debaltseve.