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Sputnik e Russia Today, le due colonne della comunicazione di stato russa, si rimbalzano il video della conferenza stampa al termine della visita del presidente turco Recep Tayyp Erdogan in Ucraina di lunedì. Le due trombe della propaganda del Cremlino dicono che nelle immagini si vede che il turco è annoiato dalle parole dell’omologo ucraino Petro Poroshenko, tanto che l’abbiocco lo colpisce irreparabilmente: Erdie s’assopisce, poi Poroshenko batte sul tavolo per fargli ritrovare la concentrazione, lui sbadiglia, fa notare RT. Però attenzione: non è un pezzo da “Paperissima”, ma uno dei tanti, vari modi più o meno sottili per far passare le dichiarazioni di Kiev come qualche cosa di non interessante, rivendicazioni inutili che creano addirittura sonnolenza.

C’è una guerra in corso, e più che sul campo orientale ucraino si combatte tra i media. A questo lato comico, se ne abbina uno meno malizioso e divertente, e più delicato. Erdogan non ha fatto nemmeno in tempo a tornare da Kiev che il presidente della Commissione Esteri della Duma l’ha imputato di non essere un alleato affidabile per una relazione di lunga durata. La colpa è di aver rimarcato la propria posizione a supporto per un’Ucraina territorialmente integra e sovrana (versione già data pubblicamente il mese scorso, durante un convegno a latere dell’Assemblea generale dell’Onu). Una posizione che a Mosca suona come provocatoria, perché quell’integrità e quella sovranità proprio dall’invasione della Crimea e dalla guerra separatista orientale, guidate entrambe dalla Russia, sono state messe in discussione.

“Non riconosceremo mai l’annessione della Crimea” ha scandito tutt’altro che assonnato il capo di stato turco durante la conferenza stampa congiunta con Poroshenko. La condizione è complicata: Ankara segue da sempre la condizione perché si sente il dovere di difendere i turcofoni tatari crimeani, ma ha anche un interesse maggiore nell’integrità territoriale in genere, visto che se la sente minacciata dalle ambizioni curde. Inoltre, balla la possibilità di alzare il volume di interscambio commerciale da 3,8 a 10 miliardi di dollari l’anno: tre ore di conversazione a porte chiuse sono servite anche a questo.

Erdogan si muove su una linea delicata, in cui bilancia l’interesse nazionale con le due enormi realtà a cui s’è messo in mezzo, l’Occidente (leggere Nato e Stati Uniti) e la Russia. Con Washington le relazione sono tornate pessime; si scrive “tornate” perché almeno per qualche mese l’amministrazione Trump veniva letta da Ankara come la possibilità di ristringere i rapporti dopo anni difficili con la precedente Casa Bianca, e invece (l’ultimo pezzo di questo scontro che finora si combatte a livello diplomatico è la limitazione sui visti d’ingresso negli Stati Uniti imposta giorni fa sui cittadini turchi). Sul rapporto con l’America pesa il contesto, ovviamente: Erdogan ha portato la Turchia verso la Russia, che gli sta garantendo la creazione (via via più armata) di una propria zona di influenza in Siria in un’area dove gli americani supportano già un’altra realtà, i curdi siriani, che Ankara considera terroristi, alleati del Pkk, e vede come un nemico esistenziale per le loro mire indipendentiste.

Passando dalla Siria la relazione tra i due paesi ha rischiato di sfociare in guerra aperta (si ricorderà l’abbattimento dei Sukhoi russo da parte dei turchi), per poi di botto migliorare, portando Ankara a muoversi su un tavolo negoziale filo-russo alternativo al processo diplomatico delle Nazioni Unite, e addirittura a scegliere un sistema di difesa aerea russo piuttosto che simili armamenti Nato; questione discussa e criticata sia dal punto di vista tecnico che politico dall’Alleanza, in cui la Turchia rappresenta il secondo esercito per numero. A Mosca però, a dispetto delle foto amorevoli che accompagnano gli incontri tra i due presidenti, i turchi non riescono a godere di favori pieni, per via della necessità d’equilibrismo con cui Erdogan si trova costretto a bilanciare la propria posizione. (Lettura più infima dell’abbiocco: vedete, non è interessato a certi argomenti, ma prende quelle posizioni solo perché è un burattino in mano all’Occidente).