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Diplomazia Pontificia: la questione del Nicaragua, il lavoro in Ucraina

La Santa Sede sta con i vescovi del Nicaragua. La posizione è stata ribadita dal Cardinale Pietro Parolin in un colloquio con il vicepresidente USA Pence il 10 agosto. La stessa posizione era stata sottolineata dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher lo scorso 31 luglio, in un convegno del ministro degli Esteri nicaraguense Denis Moncada. Nel frattempo, alla convention annuale dei Cavalieri di Colombo, l’arcivescovo maggiore della Chiesa Greco Cattolica Ucraina Sviatoslav Shevchuk ha spiegato cosa succede nel Paese, quali sono le sfide del conflitto dimenticato, e cosa ha fatto la Chiesa.

Mentre prendono una pausa le attività del multilaterale, e gli incontri bilaterali diminuiscono di intensità con l’estate, il lavoro delle Chiese locali continua incessantemente. È anche questa parte di una dimensione diplomatica che fa del lavoro sul territorio e del compito pastorale il suo compito di primaria importanza.

La notizia di un colloquio telefonico sulla condizione del Nicaragua tra il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence e il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, è stata divulgata il 10 agosto da una nota dell’ufficio del vicepresidente.

Nella nota, si legge che il vicepresidente Pence ha parlato con il Cardinale Parolin per “discutere la loro comune preoccupazione sulla crisi politica in Nicaragua”. Il vicepresidente ha “riconosciuto la leadership della Chiesa cattolica e l’appello del Papa per una mediazione”, e in particolare ha riconosciuto “il personale sacrificio dei sacerdoti in Nicaragua per essersi impegnati in proteggere i diritti umani, difendere la libertà religiosa e promuovere negoziati in buona fede”.

La nota della vicepresidenza USA sottolinea che il Cardinale Parolin e il vicepresidente Pence hanno “condannato la violenza che ha provocato centinaia di vittime e sempre più affrontato la Chiesa, e riaffermato il loro supporto alla Conferenza Episcopale Nicaraguense e all’intera comunità di fedeli che si è schierata fermamente in supporto dei diritti umani, della democrazia e della libertà”.

L’iniziativa del vicepresidente Pence viene 10 giorni dopo la missione in Vaticano del ministro degli Esteri del Nicaragua, che aveva cercato di parlare sia con il Papa che con il Cardinale Parolin per chiedere al limite di mettere fuori dal dialogo nazionale tre vescovi, e in generale per lamentarsi dell’atteggiamento antigorvernativo dei presuli del Paese.

Questi sono stati vittime di aggressioni da parte dei paramilitari, e sono stati anche chiamati “golpisti” dal presidente nicaraguense Daniel Ortega. Ma i vescovi del Nicaragua, guidati dal Cardinale Leopoldo Brenes, Arcivescovo di Managua, continuano la loro missione di facilitatori del dialogo e di adiacenza alla popolazione con il pieno appoggio della Santa Sede.

Né Papa Francesco, né il Cardinale Pietro Parolin hanno incontrato Moncada. Che, il 31 luglio – secondo quanto comparso su diversi organi di stampa, che citano il Cardinale Brenes come fonte – ha potuto avere un colloquio con l’arcivescovo Gallagher. E questi gli ha detto che la Santa Sede appoggia pienamente l’operato dei vescovi del Nicaragua.

Ortega aveva chiamato “golpisti” i vescovi nicaraguensi lo scorso 19 luglio, dopo che il 24 aprile aveva chiesto loro di fungere come mediatori nel Dialogo Nazionale convocato a seguito delle vibranti proteste di piazza che hanno avuto come prima causa una riforma delle pensioni, ma che in realtà erano parte di un malessere sociale molto diffuso.

Inizialmente, il nome dell’ufficiale vaticano che aveva ricevuto Moncada non era stato reso noto, ma era stato fatto sapere da fonti diplomatiche che mentre Moncada “chiedeva di rimuovere almeno tre dei vescovi del Dialogo Nazionale dalla Commissione di Mediazione, il delegato del Papa aveva trasmesso a Moncada l’appoggio del Papa ai vescovi, incoraggiando loro a continuare nel dialogo”.

Non ci sono state note governative del Nicaragua sul viaggio, se non una intervista di Moncada al portale “L’Antidiplomatico” in cui ha confermato il suo viaggio e sottolineato che “il Dialogo ha un momento di stanca anche per le azioni di alcuni settori della Conferenza Episcopale, che si sono posti apertamente a favore dell’opposizione.

Nell’omelia di domenica 4 agosto, il Cardinale Brenes ha sottolineato che il lavoro dei vescovi come mediatori e testimoni del Dialogo Nazionale non è di carattere particolare, ma che è un lavoro comune della Conferenza Episcopale.

In questi giorni, si tiene la Conferenza Annuale dei Cavalieri di Colombo, la più grande organizzazione cattolica di servizio fraterno al mondo cui Papa Francesco ha anche mandato un messaggio il 9 agosto.

A dare il discorso di apertura, è stato chiamato l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina, che ha accolto i Cavalieri di Colombo nella sua patria e che celebra quest’anno l’ingresso dell’Ucraina tra le giurisdizioni statali dell’Ordine, unendosi così alla comunità dei Cavalieri di Colombo con responsabilità e diritti uguali di tutti i membri.

Nel suo discorso, l’arcivescovo maggiore Shvechuk ha colto l’occasione non solo per lodare il lavoro benefico dell’organizzazione – i Cavalieri di Colombo sono molto attivi in Ucraina – ma anche per fare il punto della condizione nel Paese.

L’arcivescovo maggiore ha ricordato che i Cavalieri di Colombo si sono stabiliti a Kiev cinque anni fa, appena prima dell’inizio della cosiddetta “Rivoluzione della Dignità” di piazza Maidan, che è poi precipitata con il volo in Russia del presidente ucraino di allora e l’arrivo di una “guerra inaspettata, iniziata dal nostro vicino dell’Est, in un momento in cui neppure uno era pronto”, una “aggressione militare” cominciata con l’occupazione della Crimea nella primavera del 2014, e continuata con l’occupazione delle regioni orientali di Donetsk e Luhansk.

La guerra – ha sottolineato l’arcivescovo maggiore – è costata “già più di 10 mila vite”, lasciando sul campo 24 mila feriti, con moltissimi soldati che “soffrono di disordine da stress post-traumatico”, mentre a circa un centinaio di prigionieri è “negato un processo giusto e trasparente”, mentre – tra i vari pericoli della guerra – c’è anche il azzardo “di una catastrofe ecologica di lunga portata” a causa delle miniere allagate e della successiva contaminazione dell’acqua contaminata”. Un disastro ambientale comparabile in scala al disastro di Chernobyl.

In questa condizione, l’aiuto fornito dalla Chiesa – ha affermato l’arcivescovo maggiore Shevchuk – può essere sintetizzato con la parola “diaconia”; vale a dire “servire il vicino, prendersi cura di quanti sono colpiti dalla guerra dando loro guida spirituale e servizi sociali”, con un lavoro di carità che è “l’sollievo all’egocentrismo e l’indifferenza”.

I Cavalieri di Colombo – ha ricordato il capo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina – hanno raccolto fondi, organizzano campi di riabilitazione per soldati feriti e loro famiglie, sono vicini alle famiglie di quanti sono ricoverati in ospedale militare, sostengono campeggi estivi di giovani cristiani nelle immediate prossimità delle zone dei combattimenti, e supportano le vocazioni.

Questo è anche parte del lavoro ecumenico, perché Cavalieri della Chiesa Greco Cattolica e della Chiesa latina “imparano a coadiuvare insieme, mostrando uno straordinario modello dell’unità della Chiesa cattolica in Ucraina, così necessaria al giorno di oggi”.

L’arcivescovo maggiore ha anche sostenuto la necessità di investire molte energie e risorse nel guarire dai traumi perché “probabilmente la nostra società non realizza a che punto è arrivato il trauma causato dalla guerra”, che è anche una guerra “ibrida”.

Ma c’è anche un ricasco positivo, perché “molti sfollati dal’Ucraina Orientale, che avevano una attitudine ostile verso la Chiesa cattolica generata dalla propaganda sovietica, hanno potuto incappare il volto amorevole della Chiesa cattolica, che si prende cura delle persone senza considerare il loro credo religioso né l’attinenza etnica”.

All’udienza generale dell’8 agosto, il ministro degli Affari Esteri Ucraino Pavlo Kimkin ha accompagnato un gruppo di bambini da Papa Francesco, per presentare il progetto sociale internazionale “Libro del Bene”.

Il progetto è quello di trovare storie interessanti sul bene in tutte le sue manifestazioni, per incoraggiare compassione e gentilezza. Il progetto ha visto la partecipazione di più di 300 mila bambini e adulti, e il libro ha incluso le migliori 50 storie e disegni, stampati su cotone e piante raccolte nelle regioni da cui sono provengono le storie, per un libro la cui carta si conserverà per 1000 anni.

Hanno partecipato alla stesura del libro bambini che provengono da territori colpiti dal conflitto, bambini delle famiglie dei caduti e degli sfollati interni, e bambini delle famiglie numerose.

Il progetto è stato personalmente sostenuto dal Ministro degli Esteri Klimkin, che ha partecipato all’udienza del Papa, accompagnando i bambini e ringraziando il Papa per le sue preghiere per la pace in Ucraina.

C’è un coordinamento tra la Santa Sede e il governo iracheno per arginare il fenomeno dell’emigrazione dei cristiani dall’Iraq: lo ha detto alla stampa araba Ahmad Majoub, portavoce del ministero degli Esteri iracheno, e le sue parole sono state rilanciate da Agenzia Nova.

“Il governo – ha detto Majoub – sta coordinando i suoi sforzi con il Vaticano per prevenire questa migrazione organizzata e favorire la stabilizzazione dei cristiani in Iraq”. Il portavoce del ministero degli Esteri ha anche aggiunto che i cristiani sono “una componente autentica del popolo iracheno”, e che il governo “è contento della loro presenza e vuole fornire loro protezione”.

La comunità cristiana irachena vive, dai tempi della seconda Guerra del Golfo, un esodo che è poi diventato imponente con l’invasione dello Stato islamico. A marzo, l’Alto Rappresentante del governo regionale del Kurdistan iracheno in Italia e presso la Santa Sede, Rezan Kader, aveva inviato un comunicato stampa in cui si notava come i cristiani siano passati in 15 anni da una presenza di 1,5 milioni ad una presenza di circa 300 mila persone. Finora, sono state distrutti 163 luoghi di culto in Iraq.