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East Journal quotidiano di politica internazionale

21 gennaio 2014. Stazione di Sumy, -21°C. Un ragazzo alto, molto giovane, dà un ultimo tiro alla sigaretta, attraversa di corsa i binari e sale deciso sul treno affollato, senza guardarsi indietro. Bohdan ha solo 20 anni quando decide di salire su quel treno diretto a Kiev e prendere parte agli eventi di Maidan, i quali avrebbero cambiato non solo la storia del suo paese, ma soprattutto la sua.

Originario della regione di Sumy, situata a nord-est dell’Ucraina e a pochi chilometri dal confine russo, Bohdan non è rimasto fermo a guardare quando già nel novembre del 2013 scoppiarono le prime proteste. Proteste che hanno portato il nome di rivoluzione e che sono poi sfociate in un conflitto armato nei territori del Donbass.

Questo ragazzo ha partecipato agli eventi di Maidan in maniera intermittente, spesso andando a Kiev solamente in giornata, per monitorare la condizione. È giunto nella capitale la prima volta il 21 gennaio ed è rimasto lì 4-5 giorni. Successivamente vi è ritornato nel mese di febbraio, dal 19 al 24, quando gli scontri iniziarono a farsi più pesanti. A quattro anni di distanza Bohdan è qui con East Journal, a raccontarci le sue impressioni e condividere i suoi ricordi su un capitolo di storia ucraina che deve ancora concludersi.

Sei partito per Kiev il 21 gennaio 2014 per la prima volta, senza avvisare neppure uno e con uno zainetto sulle spalle. Cosa ti ha spinto a mollare tutto e unirti alle proteste di Maidan?

Le proteste erano già iniziate nel novembre del 2013 e Kiev ne è stato sicuramente il fulcro, anche se la capitale non è stata l’unica città ad essere presa di mira dai manifestanti. Proteste simili ci sono state anche altrove, sebbene già verso gennaio-febbraio, e molto più violente in alcuni casi, come a Odessa o Charkiv, città di cui la stampa straniera parla di rado, da quanto ne so. Anche nella piccola realtà di Sumy, la città dove abito e lavoro, le proteste sono state accese e ci sono stati parecchi scontri violenti con la polizia, a cui ho partecipato senza fortunatamente rimanere ferito.

le proteste di Maidan, ho deciso che non potevo e non volevo starmene fermo qui. L’Ucraina è il mio Paese e stava succedendo qualche cosa, volevo farne parte. Così, senza nemmeno dire nulla ai miei (se ne sono accorti perché mi hanno visto in televisione!), sono partito per Kiev, senza sapere cosa avrei fatto, dove avrei dormito e quanto sarei rimasto.

Il motivo principale che mi ha spinto a unirmi alle proteste è stata la speranza di veder cambiare il mio paese. Erroneamente, molti pensano che tutto sia scoppiato a causa del mancato accordo tra Ucraina ed Europa (N.d.R: l’accordo di associazione e di libero scambio con l’UE) e dei rapporti con la Russia. Certo, il ruolo della Russia non è da sottovalutare, ma non era quello l’obiettivo di Maidan. La verità è che Maidan è nato per cambiare l’Ucraina, per rompere la spina dorsale del sistema, un sistema corrotto dalla testa ai piedi, di cui la polizia e Yanukovich sono stati complici, per liberarsi dal potere in corso, un potere in mano a gente incompetente ed arrivista. E per la libertà. Noi maidanisti eravamo alla ricerca della libertà, la libertà di espressione prima di tutto, negataci da Yanukovich e soppressa da un regime poliziesco molto rigido. Eravamo pronti a conquistarla.

‘erano migliaia di persone ovunque, provenienti da tutto il paese, e non solo. Maidan ha unito l’Ucraina intera, cosa che non era successa durante la rivoluzione arancione del 2004, la quale ha provocato una netta divisione tra l’est e l’ovest del paese e la proclamazione di Stepan Bandera come eroe nazionale.

Non avevo aspettative particolari, solo tanta adrenalina. La cosa che mi ha colpito di più è che non c’erano leader, tutto era gestito autonomamente e in maniera del tutto spontanea. Nessuno sapeva dove avrebbe dormito, quando avrebbe dormito (e se avrebbe dormito) e cosa sarebbe successo nei minuti, ore, giorni successivi. Quando sono arrivato in piazza, seguendo la folla di persone, non sapevo cosa fare e sono rimasto impietrito per qualche secondo a guardarmi intorno, respirando quella nuova atmosfera. Era molto contento di vedere quello che succedeva. E anche curioso.

In realtà all’inizio non sapevo cosa fare o a chi rivolgermi perché appunto non c’era un’organizzazione concreta ed ero da solo. Eppure mi son sentito subito “a casa”, c’era un clima molto accogliente. Non avevo idea di quanto sarei rimasto, ma la cosa non mi preoccupava.

Sembrava di vivere nell’anarchia, ma un’anarchia composta in un certo senso. Tutti avevano un compito ed un ruolo ben precisi e mi chiedevo come lo trovassero senza un leader a dirigere quel marasma di gente. Ma neppure uno era superfluo a Maidan, tutti trovavano qualche cosa da fare, dove e come aiutare. C’era gente che cucinava, gente che distribuiva coperte (faceva molto freddo, c’erano -20 gradi in quei giorni!), gente che piantava tende o costruiva barricate.

La prima volta ho raggiunto una delle tende per la gente di Sumy, dove ho lasciato le mie cose, e mi sono diretto in via Hrushevskij (N.d.R: una delle vie principali del centro città, che porta all’arco dell’amicizia fra i popoli). Ho cominciato ad aiutare nella costruzione delle prime barricate. Ovviamente non erano le uniche barricate, tutto il centro di Kiev ne era pieno. A febbraio, quando sono ritornato per altri 5-6 giorni, non ricordo bene dove ho dormito perché la tenda di Sumy è stata bruciata dai poliziotti proprio in quei giorni.

sono stati gli uomini della Berkut (N.d.R: unità della polizia antisommossa ucraina, non più esistente dal 25 febbraio 2014) a spingersi fino al Palazzo d’Ottobre e ad attaccare i manifestanti per quasi due giorni. C’ero anche io. E proprio in quella zona abbiamo ritrovato cartucce di calibro 7.62×51 di alcune armi utilizzate dagli sniper e dai poliziotti che sparavano alla folla sottostante. Ne parlo anche in una piccola intervista perché io stesso ho ritrovato delle pallottole, pallottole vere per armi vere, non armi-giocattolo, e non pallottole di gomma come quelle che usavano all’inizio.

Abbiamo cominciato ad armarci per difenderci. Sono stati i poliziotti della Berkut ad iniziare gli scontri violenti, e noi dovevamo difenderci in qualche modo. Abbiamo costruito le barricate con il materiale che trovavamo e i copertoni andavano benissimo perché bruciandoli tenevamo lontani i poliziotti: neppure uno aveva il coraggio di oltrepassare quel fuoco. Le cose più semplici da produrre erano le bombe molotov. Avevamo armi improvvisate, anche se insufficienti e spesso mal-funzionanti, e bombe molotov a portata di mano. La polizia era armata e non è certo rimasta a guardare. Gli sbirri avevano paura! I primi giorni ci gettavano acqua fredda, e in quei giorni si gelava! Ma tenevamo duro, cercavamo riparo nelle tende improvvisate e ci riscaldavamo vicino al fuoco, dove si discuteva e si conosceva altra gente. Eravamo tutti fratelli, lì per uno scopo comune.

Ma quando sono iniziati gli scontri con la Berkut sono nati dei veri e proprio plotoni, chiamati sotnie (N.d.R.: “sotnia” è un termine militare di origine slavo che identificava lo squadrone dell’artiglieria cosacca. Oggi è in uso nell’esercito ucraino e indica un’unità costituita da circa 100-150 soldati). Ogni sotnja aveva un leader che prendeva le decisioni e dava gli ordini. Io a febbraio mi sono unito al secondo plotone, che difendeva la Seconda Barricata, in Via Hrushevskij.

Sono passati 4 anni ormai dagli eventi di Maidan. Cosa pensi della condizione attuale del tuo paese? La rivoluzione è servita a qualche cosa o tutto è fermo come prima?

Se non ci fosse stato Maidan sarebbe stato peggio, molto peggio. Maidan ha fatto capire alle alte sfere dell’Ucraina (e non solo) che il suo popolo è capace di intendere e di volere e che non è d’accordo con i pupazzi che siedono al governo. Per me, Maidan ha comunque vinto. Ha dimostrato che la gente non deve più temere il regime poliziesco, che il popolo può prendersi il potere e che le cose possono cambiare. Gli scontri sono iniziati quando il potere ha capito che il popolo era pronto a morire per il proprio Paese, ha cominciato ad avere paura perché nonostante la violenza il popolo non si è tirato indietro, anzi. Ma il risultato non è stato comunque soddisfacente perché al potere sono comunque rimasti gli stessi oligarchi, gli stessi incompetenti che si scambiano le sedie fra loro, promettendo riforme che si rivelano fittizie. Dopo 4 anni si può dire che le autorità danno molta più voce al popolo perché il popolo ha ben dimostrato di cosa è capace, ma non basta. E non può finire qui.

Bohdan a Maidan c’era, ci ha creduto e ci crede ancora.