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Serbia e Ucraina: il braccio di ferro continua

Kiev accusa Belgrado di non agire a sufficienza contro i foreign fighters serbi nel Donbass. I due Paesi richiamano temporaneamente i rispettivi ambasciatori e mostrano i muscoli: la tensione tra Serbia e Ucraina non accenna ad allentarsi.

TENSIONI DIPLOMATICHE BELGRADO-KIEV

Sarebbero circa 300, secondo i dati forniti dall’SBU (i servizi segreti ucraini) i combattenti filo-russi con passaporto serbo attivi negli oblast orientali del Paese: una presenza che la dirigenza ucraina ha, sin dal 2014, stigmatizzato pubblicamente, senza esimersi dal chiederne conto direttamente al Governo di Belgrado. Tuttavia, le affermazioni rilasciate pubblicamente dall’Ambasciatore ucraino Oleksandr Aleksandrovych lo scorso 1 novembre, hanno immediatamente inasprito le relazioni tra i due Paesi, causando la reazione non propriamente amichevole del Governo serbo e in particolare del Ministro degli Esteri e vice-Premier Ivica Dacic. Il Capo missione ucraino, ha, infatti, espressamente criticato la dirigenza dello Stato ospitante commentandone negativamente sia l’operato intimo che quello internazionale, con particolare riferimento alle relazioni con la Russia. Riguardo al primo profilo, Alekandrovych ha fatto riferimento alla scarsa propensione da parte delle istituzioni serbe nel far rispettare le proprie leggi anti-terrorismo, approvate dal Parlamento nel 2014 e riguardanti il divieto imposto ai cittadini serbi a partecipare a conflitti armati fuori dal Paese: lo scorso anno, un numero significativo di foreign fighters è potuto rientrare in Serbia dal Donbass in maniera pressoché indisturbata, tra accuse cadute immediatamente dopo gli arresti e la sentenza di appena un anno e mezzo con la condizionale comminata a Radomir Pocuca, uno dei guerriglieri più noti e protagonista, inoltre, in passato di minacce indirizzate all’attuale Presidente della Repubblica e allora Primo Ministro Aleksandar Vucic.

Fig.1 – Il Ministro degli Esteri serbo Ivica Dacic (a sinistra) insieme al collega ucraino Pavlo Klimkin nel luglio 2015. All’era Dacic era anche Presidente dell’OSCE

Sul piano della politica internazionale, invece, Aleksandrovych ha descritto in termini tutt’altro che lusinghieri la politica internazionale della Serbia, suggerendo l’immagine di un Paese relegato al ruolo di mero strumento in mano alla Russia, che, sfruttando i propri legami storici e politici con il Paese, ne influenzerebbe la classe dirigente con lo scopo di destabilizzare i Balcani occidentali per i propri interessi geostrategici. Nelle sue dichiarazioni, l’Ambasciatore ucraino si è domandato, non senza una vena retorica, se il popolo serbo meriti un simile destino, sottintendendo così un’accusa di scarsa autonomia diretta alle istituzioni che lo rappresentano. Richiamato nei giorni seguenti per consultazioni a Kiev, Aleksandrovych è tornato a Belgrado forte dell’appoggio del Ministro degli Esteri Pavlo Klimkin che ha altresì espresso, in un comunicato, la propria preoccupazione circa il futuro della corretta cooperazione tra Serbia e Ucraina, richiamando le comuni radici ortodosse dei due Stati

L’UCRAINA E LE GUERRE JUGOSLAVE

Contemporaneamente, Ivica Dacic, considerato l’esponente dell’esecutivo serbo maggiormente legato al Cremlino, ha compiuto la scelta speculare, richiamando a Belgrado l’Ambasciatore presso l’Ucraina Rade Bulatovic sempre, ufficialmente, per consultazioni.
Il Ministro degli Esteri ha respinto con veemenza le accuse provenienti da Kiev affermando come la Serbia si stia impegnando in prima linea nel perseguire e punire i propri cittadini impegnati come guerriglieri all’estero e, sotto il profilo internazionale, ha ricordato l’impegno personale e del proprio Paese in particolare nel 2015, l’anno in cui gli è stata affidata la Presidenza dell’Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa (OSCE).
Dacic ha affermato di essersi speso politicamente, in tale ambito, a favore della tutela dell’integrità territoriale dell’Ucraina che, d’altro canto, è oltretutto uno dei pochissimi Paesi del territorio europeo a non riconoscere la sovranità del Kosovo.
Se, da questo lato, la reazione di Dacic è apparsa ben più diplomatica di quanto non ci si potesse attendere, dall’altro il Ministro ha usato toni tutt’altro che concilianti, richiamando in causa le guerre jugoslave degli anni ’90: con riferimento, in particolare alla guerra d’indipendenza di Croazia, accusando Kiev di avere lasciato che cittadini ucraini partecipassero in qualità di mercenari, senza ricevere alcuna condanna, ad episodi definiti come crimini di guerra ai danni dei serbi residenti in Croazia tra il 1991 e il 1995. Sul piano ufficiale, all’era della dissoluzione della Jugoslavia, l’Ucraina fu tra i primi Paesi a riconoscere l’indipendenza di Croazia e Slovenia venendo, reciprocamente, riconosciuta da Zagabria e Lubiana, ma non ebbe un ruolo di primo piano né sul piano diplomatico né tantomeno su quello militare, stante soprattutto la contemporanea disgregazione dell’URSS. La presenza di foreign fighters ucraini nella ex Jugoslavia, ad ogni modo, è sì documentata, ma riguarda diversi schieramenti: combattenti, volontari o mercenari, provenienti dalla Repubblica ex sovietica, hanno combattuto, specialmente in Bosnia, tanto con la divisa dell’Armata Nazionale Jugoslava quanto a fianco dei croati.

LE NAZIONI UNITE, LA CRIMEA E IL KOSOVO

Il ritorno nelle rispettive sedi dei due ambasciatori, avvenuto con tempistiche piuttosto ordinarie, non ha contribuito affatto a svelenire il clima ma, anzi, sembra essere l’alba di una nuova stagione di tensioni politiche tra i due Stati.
Aleksandrovych ha, infatti, recentemente ripercorso la storia delle relazioni degli ultimi due anni tra i due Paesi, descrivendole come pacifiche e improntate sulla adiacenza religioso-culturale tra i due popoli, fino al pomo della discordia: la Risoluzione adottata il 19 dicembre 2016 presso l’Assemblea Generale dell’ONU, proposta da Kiev e dedicata alla “Situazione dei diritti umani nella Repubblica Autonoma di Crimea e nella città di Sebastopoli in Ucraina”.
Il documento che, nei suoi contenuti, invitava le autorità russe a “far cessare gli abusi ai danni degli abitanti della Crimea”, con riferimento a “pratiche e misure discriminatorie, detenzioni arbitrarie, torture e trattamenti crudeli, inumani e degradanti” ha visto il voto contrario di Serbia e Russia ed altri 21 Stati, tra cui Iran, Cina, Corea del Nord, Cuba, Bielorussia, Kazakistan e Siria.
L’Ambasciatore ucraino ha aggiunto di trovarsi ancora in attesa di ricevere spiegazioni da Dacic che, lo scorso anno, motivò la votazione contraria classificando come “inaccettabili” le parole utilizzate nella Risoluzione, sostenendo come non venga ricevuto di persona dal Ministro degli Esteri dall’autunno del 2016. Dal canto suo, Dacic ha risposto tirando in ballo le votazioni del novembre 2015 circa l’adesione del Kosovo all’Unesco in qualità di membro effettivo, quando a Pristina mancarono due voti per raggiungere il quorum necessario. I delegati ucraini, in tale occasione, si astennero abbandonando l’Assemblea: un atteggiamento che il Ministro degli Esteri serbo stigmatizza quale ambiguo e ostile nei confronti degli interessi della Repubblica di Serbia.

E, se pochi giorni prima l’acuirsi della diatriba serbo-ucraina, dal Dipartimento di Stato americano, il Vice segretario aggiunto dell’Ufficio per le relazioni con l’Europa e l’Eurasia, Hoyt Brian Yee aveva ammonito Belgrado invitando il Governo a “scegliere da che parte stare e non occupare due sedie contemporaneamente”, con riferimento a UE e Russia, Dacic ha ricordato come Aleksandrovych abbia in passato usato metafore simili, suggerendo così come la sudditanza verso la Mosca di cui Kiev accusa Belgrado sia, invece, propria dell’Ucraina nei confronti di Washington.
Nonostante tutto, le relazioni diplomatiche tra i due Paesi al momento non sembrano essere in pericolo di rottura totale, ma la diffidenza e l’acrimonia reciproca resta alta, tra divergenze politiche e nodi irrisolti.