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Ucraina non più terra di mezzo

La data è quella del 21 novembre 2013, quando il governo ucraino decise di sospendere le procedure che avrebbero portato alla firma dell’accordo di stabilizzazione e associazione con l’Unione Europea. La sera stessa migliaia di manifestanti scesero in Piazza Indipendenza a Kiev per protestare contro il decreto.

Per capire appieno le cause è però necessario fare qualche passo indietro, al marzo del 2012, quando fu avviato il protocollo per la firma dell’accordo di associazione commerciale con l’Unione Europea, da quella data l’Ucraina si impegnava ad avviare una serie di riforme che la avrebbero messa nelle condizioni, qualche anno dopo, di firmare l’accordo conclusivo. Tutto ciò non era gradito a Mosca e nell’agosto del 2013 la Russia, in maniera repentina, chiuse le frontiere alla maggior parte delle merci ucraine creando scompiglio in dogana e tra gli operatori commerciali.

Di lì il decreto del governo ucraino del premier Azarov di sospensione dei preparativi e la conseguente mancata firma dell’accordo da parte del presidente Yanukovich nel corso del vertice UE a Vilnus del 29 novembre. La notte stessa, le autorità ucraine, per far intendere che il discorso era definitivamente chiuso, ordinarono alle forze speciali dei Berkut di allontanare i manifestanti da Piazza Indipendenza e per la prima volta dall’inizio delle proteste l’azione della polizia contro i manifestanti, la maggior parte ragazzi, fu oltremodo violenta.

In risposta al pestaggio della notte, la mattina successiva, gli attivisti rioccuparono la piazza, ma erano oramai molte migliaia e tra le richieste anche le dimissioni del ministro degli Interni Zacharčenko, responsabile delle violenze della polizia. Nel frattempo i leader dell’opposizione, tra cui il futuro sindaco di Kiev Klitschko, Tyahnybok leader del partito di destra Svoboda e Yatsenyuk futuro primo ministro nel 2014, che avevano organizzato nei giorni precedenti proteste in varie città ucraine, cercarono di dare un indirizzo più definito alle proteste ed organizzarono per la domenica successiva una manifestazione a Kiev alla quale partecipò oltre un milione di persone.

Anche dopo la manifestazione gli attivisti continuarono a presidiare Piazza Indipendenza con le medesime richieste: le dimissioni di Zacharčenko ed il ritiro del decreto di Azarov.

Per un mese la condizione rimase sostanzialmente tranquilla, fino al 16 gennaio, quando la Rada, il Parlamento ucraino, approvò leggi che limitavano fortemente la libertà di espressione e di manifestazione, molto simili a quelle in vigore al tempo in Russia. La popolazione reagì con una marcia che voleva giungere fin sotto la Rada e nuove proteste che questa volta toccarono direttamente anche il Presidente Yanukovich. Nello stesso periodo avvennero i primi rapimenti di attivisti e volontari: Igor Lutsenko rapito dall’ospedale insieme a Yuri Verbytsky, tutti e due torturati, Lutsenko riuscì a sopravvivere, Verbytsky fu ritrovato cadavere qualche giorno dopo nei boschi intorno alla capitale e poco dopo Dmitry Bulatov, rapito anche lui e sottoposto a tortura, gli fu reciso parte di un orecchio. Le intimidazioni e le violenze toccarono anche giornalisti ed avvocati vicini agli attivisti come Tatyana Chonovil, Viktor Smaily e Andriy Dzindzy.

Contemporaneamente l’azione dei Berkut divenne sempre più violenta e cominciarono ad essere centinaia i feriti tra i manifestanti colpiti dai proiettili di gomma e dai manganelli, fino al 22 gennaio, quando vennero uccisi i primi attivisti: Sergey Nigoyan e Mikhail Zhisnevsky. Le proteste cominciarono a diffondersi in altre città  e non toccarono più solo Azarov, costretto a dimettersi, ma oramai si chiedevano chiaramente le dimissione del Presidente Yanukovich e nuove elezioni.

Tra il 18 ed il 21 febbraio la condizione divenne oramai incontrollabile e gli scontri violentissimi; molti aspetti sono ancora da chiarire, soprattutto in merito alle vicende accadute in via Instituskaya, ma il numero dei morti oramai aveva superato il centinaio e vi erano decessi anche tra le forze di polizia. Nella notte tra il 21 e il 22 febbraio, Yanukovich abbandonò Kiev in elicottero e si diresse a Kharkiv nella speranza di trovare appoggio nella popolazione locale, probabilmente per creare un fronte che portasse all’indipendenza delle regioni orientali, ma il tentativo non andò a buon fine e Yanukovich riparò in Russia dove probabilmente risiede ancora.

Se si analizzano le vicende tra il 21 novembre 2013 e il 21 febbraio 2014 è evidente una consequenzialità tra gli accadimenti e sembra a sufficienza chiaro come l’evolversi delle richieste dei manifestanti proceda di pari passo con gli eventi e le decisioni delle autorità: si inizia con l’istanza di ritiro del decreto ed il riavvio delle trattative con l’Unione Europea, per poi richiedere le dimissioni del ministro dell’intimo Zacharčenko dopo le prime violenze dei Berkut ed giungere al primo ministro Azarov e subito dopo al Presidente Yanukovich, con la richiesta di nuove elezioni presidenziali, quando la condizione era oramai degenerata. Difficile affermarlo con certezza, ma se Yanukovich avesse accettato le richieste dei manifestati agli inizi della protesta, con ogni probabilità sarebbe stato lui il candidato del Partito delle Regioni con buone possibilità di essere rieletto. Il senso di onnipotenza di chi detiene il potere in questa parte del mondo è però fortissimo e Yanukovich non poteva immaginare che gli ucraini sarebbero rimasti fermi nelle loro richieste e soprattutto fermi per mesi nelle tende in Piazza Indipendenza e non poteva mettere in conto la fredda accoglienza degli abitanti dell’Ucraina orientale dopo che in elicottero aveva lasciato la capitale.

Difficile sottacere il carattere genuino della rivoluzione, soprattutto nella sua parte iniziale, ma l’Ucraina d’altronde era un Paese in cui la pressione e l’influenza della Russia era fortissima, mentre la maggior  parte della popolazione, soprattutto nella capitale ed in tutte le regioni occidentali, aspirava ad una società più aperta, più inclusiva e meno corrotta. Da una parte gli ucraini avevano come modello i Paesi che da subito si erano allontanati dalla Russia per avvicinarsi all’Europa, tra cui la Polonia, ma soprattutto la Lettonia, la Lituania, l’Estonia che tra mille difficoltà avevano comunque avviato la strada delle riforme economiche ed avevano governi democraticamente eletti e dall’altra, Paesi come la Bielorussia, il Kazakistan o l’Uzbekistan con un sistema economico e una gerarchia di comando post-sovietica, altissima corruzione e sistemi di governo poco democratici.