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Nord Stream 2, come la Russia aggira l’Ucraina

Dopo il Tap e il nuovo progetto del Turkstream Advanced Gianni Bessi conclude la trilogia sui gasdotti con il North Stream 2. La partita a scacchi tra i protagonisti del mercato dell’energia continua senza sosta

La battaglia su North Stream 2 che consentirebbe a Gazprom di aggirare l’Ucraina, la Bielorussia e la Polonia nel trasporto di gas in Occidente portandolo direttamente in Germania senza utilizzare i gasdotti ucraini è incentrata su come ottenere l’approvazione dei governi per il transito nelle loro acque territoriali e dell’Unione Europea per il progetto complessivo.

Nonostante le recenti decisioni, prima della Finlandia e poi della Svezia, per consentire al gasdotto Nord Stream 2 di utilizzare le loro zone economiche esclusive, il progetto è ancora in discussione.

All’amministrazione Trump che sta lottando con le unghie e con i denti per fermare il progetto NS2, i tedeschi rispondono che il NS2 è nel loro interesse nazionale e non recederanno. Concedono dalla Germania per l’export delle gasiere a stelle strisce la possibilità di sviluppare un terminale di medie dimensioni nella regione di Amburgo. Basterà a calmare The Donald.

Appare chiaro come dietro la richiesta di Trump ad Angela Merkel di rinunciare a Nord Stream 2 ci siano ragioni solo commerciali (venderle il proprio gas, che secondo i tedeschi costa il 20 per cento in più di quello russo, per fare degli USA i maggiori produttori di shale gas). Come appare altrettanto evidente che avendo Berlino già assunto la soluzione politica di uscire dal nucleare e dal carbone, che oggi ancora contribuiscono in larga misura al suo necessario, veda nel gas russo la sola opzione per mantenere il primato economico in Europa.

Lo scorso 27 marzo, nel pieno della crisi Skripal, Berlino ha dato il suo via libera conclusivo al Nord Stream 2. Gli Stati Uniti, su tutte le furie, hanno, quindi, introdotto un nuovo fattore critico nell’equazione NS2.

Il Congresso americano ha approvato sanzioni più severe nei confronti di un elenco di personaggi riconducibili al cerchio di Putin implicitamente per la loro associazione con le politiche aggressive del Presidente russo.

L’elenco è stato compilato a gennaio e utilizzato come base per sanzioni iniziali il 6 aprile comprese quelle contro i thycoon Oleg Deripaska (Basic Elements) e Viktor Vekselberg (Renova); un colpo di avvertimento stressante per l’elite finanziaria di Mosca che stava trattando, tramite il gruppo Alfa Bank dei fidi Mikhail Maratovich Fridman e Petr Olegovich Aven, l’acquisto di Wintershall per garantire i necessari finanziamenti non russi al progetto NS2.

Il partito socialdemocratico e le imprese tedesche interessate lo sostengono con sempre maggior forza con alla testa il Cancelliere Merkel (Unione Cristiano Democratica) sfacciatamente a favore. Come testimonia la visita di Angela a Sochi da Zar Vlad appena insediato al IV mandato di Presidente di tutte le Russie.

I sostenitori di NS2, tra cui la Francia macroniana, hanno dichiarato le minacce americane inaccettabili poiché intendono imporre restrizioni alle loro attività economiche.

Il cancelliere riconosce che dopo aver dovuto difendere le sanzioni contro la Russia aveva bisogno di offrire qualche cosa di concreto agli ‘junker’ dell’industria energetica. Esce così allo scoperto per quella che diviene la sua ultima crociata personale volta a saldare i pegni per il supporto ricevuto nel corso dei suoi mandati dal Partito Socialdemocratico di quel Gerhard Schroeder che prima di lasciare il suo incarico approvò il Nord Stream I per poi finirne subito dopo al vertice.

Preoccupazioni in materia vengono espresse non solo da Washington ma anche da molti partner europei e da Bruxelles, dalla Commissione e dallo stesso presidente del Consiglio UE, Tusk, (“il gasdotto è contro i nostri interessi strategici, la nostra sicurezza e le nostre regole”), a cui però finora Berlino è rimasta totalmente sorda.

Gli sforzi della Germania a sostegno NS2 risultano scarsamente popolari in Europa.

I fautori della conduttura non hanno potuto stabilire una posizione unificata dell’UE contro le sanzioni perché ci sono Paesi nell’Unione Europea che gradirebbe sanzioni più rigide mentre altri si oppongono al progetto.

Alcuni, come la Polonia e gli Stati baltici, si oppongono perché lo riconoscono come un progetto geopolitico volto a rendere più facile per Mosca perseguire politiche provocatorie nell’Europa orientale. Altri, come l’Italia che è stata morbida sulle sanzioni anche prima del nuovo governo, non sostengono Nord Stream 2 perché preferirebbero vedere un gasdotto dalla Russia nel Mediterraneo (vedi prima puntata “Tap, gli Usa e la Russia. Fatti e scenari”).

Nord Stream 2 affronta anche l’opposizione della Commissione Europea che vorrebbe vedere l’attuazione di una politica energetica comune dell’UE coerente con la terza carta dell’energia.

Gli oppositori notano le peculiarità della posizione tedesca: mentre Berlino da un lato insiste sui paesi dell’UE affinché ne rispettino i dettami, dall’altro spinge unilateralmente per la realizzazione del Nord Stream 2 giustificandone l’utilità con artifizi e cavilli.

Il Presidente Putin, tra le tante mosse nella sua personalissima scacchiera, intende usare NS2 per consolidare la propria preminenza di fornitore e premiare gli oligarchi colpiti dalle sanzioni occidentali.

Rapporti in argomento indicano che Arkady Rotenberg (Stoygazmontazh) e Gennady Timchenko (Volga Group), collaboratori di lunga data del Presidente russo, seppur oggetto di sanzioni, saranno tra i principali costruttori del pipeline.

Soluzione? Qualche escamotage si troverà.

Le divisioni in seno alla UE si manifestano nella ostinata volontà di privilegiare interessi nazionali a fronte di quelli comunitari.
I nodi energetici dell’Europa sono determinati solo ad assicurarsi vantaggi economici in una area geografica le cui divisioni la rendono non più “core” per l’America: gli squilibri esistenti in Europa non sono, infatti, più sostenibili in una nuova fase geopolitica che vede il focus strategico degli Stati Uniti spostarsi sempre più verso l’Asia per contrastare il vero player del XXI secolo: la Cina.