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Crimea, Ucraina, Europa: il vero banco di prova dell’UE è ad Est

Riaprendo i libri di Storia alle pagine della guerra di Crimea (1853-1856), tornano immediatamente alla memoria la famosa battaglia combattuta sulle rive del fiume Cernaia (Cërnaja), il grande generale torinese Alfonso La Marmora – sotto il cui comando ha combattuto l’esercito piemontese –, l’assedio di Sebastopoli e la battaglia di Balaklava, con la celeberrima “carica dei seicento” cavalieri britannici contro gli artiglieri russi.

La Crimea ha una stretta connessione storico-politica con l’Italia preunitaria, segnatamente con il Regno di Sardegna: Cavour decise di intervenire a fianco di Francia e Inghilterra per contrastare l’invasione della Crimea da parte delle truppe russe, a fianco dell’Impero ottomano, di cui la regione faceva parte. Le truppe piemontesi si distinsero per particolare valore e questa circostanza permise a Cavour – una volta firmato l’armistizio – di sedersi al Congresso di pace di Parigi al tavolo degli Stati vincitori e di portare finalmente all’attenzione internazionale la questione dell’indipendenza dell’Italia.

La Crimea venne attribuita all’Ucraina – allora anche parte dell’Urss – in seguito alla proposta del Soviet Supremo della Repubblica Socialista Sovietica Russa, all’approvazione della proposta e alla successiva approvazione da parte del Soviet Supremo della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina il 17 giugno 1954, nell’èra Krushev; parte, dopo la dissoluzione dell’URSS, dell’Ucraina, godette di un’ampia autonomia, data la sua storia peculiare (a Sebastopoli è sempre stata allocata la Flotta del Mar Nero) e l’importante presenza di popolazione russa.

Dopo l’Euromaidan, la “rivoluzione della dignità” del febbraio 2014, in cui la sanguinosa repressione governativa filorussa contro i manifestanti europeisti venne in parte sia eterodiretta che partecipata da Mosca, in Crimea venne “autopromosso” (ovviamente per modo di dire) un referendum, sulla base del fatto che circa metà della popolazione è di etnia russa; l’esito della consultazione, che pare lecito definire “bulgaro”, ha registrato oltre il 95% dei sì, e la legittimità stessa delle votazioni è stata recisamente respinta dai Paesi dell'Unione Europea, dagli Stati Uniti d'America e da altri 71 Paesi membri dell'ONU (Risoluzione 68/262 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite), e ancora dalla NATO, poiché incostituzionale e svoltosi senza la presenza degli osservatori internazionali.

La singolarità del referendum emerge vieppiù sol che si osservi l’inusuale cambiamento, verificatosi tra l’altro diverse volte, della data prevista per la consultazione: circostanza che, a un punto di vista strettamente politico, appare quantomeno foriera di forti dubbi sulla democraticità dell’iniziativa, e va a sommarsi al fatto che la liceità dal punto di vista giuridico è stata disattesa dai protagonisti internazionali. Forte della cospicua presenza russofona in Crimea, con il pretesto di sostenere una legittima rivendicazione indipendentista e nazionalista, l’esercito russo – dopo un’operazione militare prima negata e poi ammessa dallo stesso Putin a un anno di distanza – ha occupato militarmente le regioni della neorepubblica di Crimea interessate dal referendum indipendentista, sancendone così l’annessione alla Federazione russa.

Certamente il momento storico non aiuta ad una presa di posizione forte e netta da parte dell’Unione Europea in merito a questi avvenimenti: gli Stati Uniti sono molto prudenti con Mosca dato il tentativo di riavvicinamento tra Trump e Putin, e questo nonostante la Russia abbia visto evolvere il proprio ruolo da partner strategico a quello di vicino di casa particolarmente ingombrante (basti ricordare che le reazioni britanniche all’avvelenamento con il polonio di Litvinienko nel 2006 furono molto più moderate rispetto alla durissima presa di posizione dopo il caso Skripal), e certamente l’esibizione muscolare di Mosca in Siria ha aumentato questa percezione. L’Ucraina, filoeuropeista e orientata all’ingresso in UE, sta combattendo una guerra per la difesa della sua sovranità sulla quale gli occhi dell’UE sono rivolti solo parzialmente, come accade osservando i gatti sotto la canicola del solleone: paiono dormire, in realtà sorvegliano l’ambiente circostante con occhi socchiusi e colgono immediatamente ogni minimo movimento, ma restano immobili.

Il problema, di dimensioni extraeuropee e di non facile gestione dal punto di vista degli equilibri geopolitici, è ancora più spinoso in quanto parte degli Stati membri dell’UE si sta spostando su posizioni sempre più nazionaliste: basti vedere l’modello dei Paesi di Visegrád, nei quali l’orbanismo ha contaminato e annientato l’iniziale entusiasmo per l’ingresso in UE in seguito al Trattato di Atene del 2004, sostituendolo con un eurocriticismo sempre più marcato, l’esito elettorale che ha visto il trionfo dell’ultradestra in Austri, la Brexit stessa (i cui effetti sono ora attenuati dalla reazione europea compatta per la Siria) e non ultimo il risultato delle nostre elezioni, ove si è vista l’affermazione delle forze sovraniste Lega Nord e Movimento 5 stelle.

Fa specie pensare come Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia, entrati a far parte dell’UE a condizioni molto agevolate per quanto riguarda i parametri di ingresso, che hanno ricevuto ingentissimi finanziamenti da parte dei Bruxelles per la realizzazione di opere, di infrastrutture e ammodernamento, stiano ora perseguendo politiche sostanzialmente proprie, slegate ed estranee a quelle dell’Unione, quando non addirittura in aperto contrasto con i Trattati; due recenti esempi su tutti gli altri, la nuova costituzione magiara, un autentico capolavoro illiberale, e la riforma della giustizia in Polonia, che ha di fatto portato il potere giudiziario sotto l’esecutivo.

Ritornando al discorso ucraino, l’esito della guerra in Donbas ha un metasignificato molto più importante, in quanto rappresenta il banco di prova della tenuta dell’UE: l’Ucraina è l’unico Paese apertamente filoeuropeo in un’area geografica che a ovest vede un blocco di Paesi filorussi, eurocritici, euroscettici, nazionalisti e sovranisti ostaggi di frange politiche di estrema destra, mentre ad est ha il gigante russo stesso.

E la sollevazione indipendentista in Donbas sostenuta dalla Mosca appare come il tentativo di creare un corridoio tra la Russia e la Crimea, altrimenti raggiungibile soltanto via mare, ma soprattutto evoca le tinte fosche delle vicende discese dalla rivendicazione del “corridoio di Danzica” da parte della Germania di Hitler, che si concluse nel 1939 con il patto Molotov-von Ribbentrop del 1939, e portò alla presa del corridoio per effetto della spartizione della Polonia tra il Reich e l’URSS di Stalin.