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Rivoluzione arancione

Vittoria democratica o golpe postmoderno?

Ciò non ostante, la presa di potere di Viktor Jušcenko non si può ridurre a un puro fenomeno della storica dialettica intranazionale tra "occidentali" e "orientali", bensì va inquadrata nel più vasto scenario geopolitico esteuropeo-eurasiatico nel quale rientra l'Ucraina.

Innanzitutto dobbiamo realizzare che la "rivoluzione arancione" non è stata un avvenimento genuinamente spontaneo, cui l'Occidente si sarebbe limitato a dare il proprio idealistico appoggio. Jušcenko, già direttore della Banca Centrale e Primo Ministro del proprio paese, pupillo del FMI per la sua attitudine ultraliberista, è stato per anni - e cioè perlomeno da quando dovette dimettersi dopo lo scandalo Gongadze (fine 2001) - attivamente sostenuto e foraggiato da Washington e, in seconda schiera, dall'Unione Europea. Dietro il suo partito e quello della fida Julia Timošcenko, nonché dietro alle circa 300 ONG che hanno operato a suo sostegno (tra queste gli istituti demoscopici che hanno fornito i celebri "exit polls" da cui è sortita la protesta e l'accusa di brogli), hanno operato una vera e propria task force di organizzazioni anglosassoni (e anche alcune europee), ufficiali e non: Open Society Fundation di George Soros, U.S. Aid, International Republican Institute, National Democratic Institute for International Affairs, American Center for International Labor Solidarity, Center for International Private Enterprise, Freedom House, Westminster Fundation, e via di questo passo. La coalizione ora al governo, al pari del colossale apparato d'organizzazioni fiancheggiatrici completamente costruito dagli Statunitensi, ha dunque ricevuto sostanziali finanziamenti dall'estero (in passato oggetto d'inchiesta dalla Rada Verhovna): nel contempo, la televisione "Canale 5" del ricco oligarca Pëtr Porošenko (ora Segretario alla difesa e alla sicurezza nazionale) dall'interno, e "Radio Free Europe - Radio Liberty" (stazione radiofonica di propaganda istituita e mantenuta da Washington) dall'esterno, si facevano megafoni della loro voce. La stessa strategia operativa seguita alla denuncia dei brogli - la discesa nelle piazze, il blocco delle sedi istituzionali, il forzamento dell'iter legale e la presa di potere - ricorda fortemente quella attuata in Jugoslavia e poi in Georgia, due colpi di stato che sappiamo essere strettamente connessi alla volontà di Washington. Del resto, la stessa capacità organizzativa e i mezzi mostrati in quei giorni di rivolta - pronto raduno di centinaia di migliaia di persone a Kiev, perfetto mantenimento dell'ordine, puntuale foraggiamento della massa di manifestanti e addirittura distribuzione di gadgets, installazione di megaschermi, organizzazione di concerti - fanno dubitare fortemente che tutto ciò possa essere ricollegato a un moto spontaneo. Aleksandr Olon, un esperto russo addetto alla campagna elettorale di Viktor Janukovic, è stato chiarissimo nell'esprimere il proprio pensiero: «In Ucraina non c'è stato niente di spontaneo. Noi abbiamo perso perché dall'altra parte c'erano dei professionisti dell'agitazione meglio addestrati». Professionisti come James Woolsey, statunitense ex direttore della CIA e dal 1995 direttore della cosiddetta Freedom House, organizzazione che rivendica d'essere non governativa e si occupa - per sua stessa ammissione - di rovesciare governi legittimi: naturalmente per «diffondere i valori democratici». Il signor Woolsey nel 2000 fornì uno specifico addestramento che potremmo definire "sovversivo-paramilitare" (i corsi furono tenuti dal colonnello in pensione Helvy) ai militanti jugoslavi di Otpor i quali, una volta rovesciato il Presidente Milosevic, andarono a Tblisi per indottrinare i loro omologhi georgiani di Kmara; si sa che Stanko Lazendic e Aleksandr Maric, i capi di Otpor, hanno gestito l'addestramento alla formazione paramilitare di Pora, protagonista della "rivoluzione arancione"; la cui immagine, man mano che si scava più a fondo, si fa sempre meno romantica...

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