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Cosa cambierà nelle relazioni russo-ucraine?

Compito davvero arduo sarebbe dare già ora una risposta definitiva a questa domanda. Per adesso, possiamo limitarci a registrare e commentare le prese di posizione sino ad oggi assunte da Kiev

Innanzitutto, il neopresidente Jušcenko, pur mettendo al primo posto della propria agenda l'adesione all'Unione Europea, ha garantito il proprio interesse a proseguire sulla strada imboccata già da Kucma, e diretta verso la realizzazione dello Spazio Economico Comune che unirà Russia, Bielorussia, Kazakistan e, appunto, Ucraina. In tal modo Jušcenko ha mostrato d'essere conscio del legame economico pressoché indissolubile - almeno nel breve periodo - che salda l'Ucraina alla Russia. La partecipazione allo SEC potrà avere risvolti molto importanti per l'Ucraina, se pensiamo ad esempio che già nel gennaio del prossimo anno Mosca e Minsk potrebbero annunciare la nascita d'una valuta comune tra i due paesi. Senza dubbio anche Astana dovrà avvicinarsi ulteriormente al Cremlino, dato che il Presidente Nursultan Nazarbaev è un assiduo sostenitore dell'integrazione eurasiatica, e soprattutto sente ora il fiato sul collo dei golpe che si rincorrono, sempre più temporalmente prossimi tra loro, nei vari paesi ex sovietici. Kiev ha tutto l'interesse a cooperare nel modo quanto più stretto possibile con la Russia, soprattutto sul piano economico, il quale non preclude la conduzione d'una politica sostanzialmente autonoma dal Cremlino, come desiderano i nazionalisti. Inoltre il Presidente Putin non solo ha fatto a meno di sollevare una qualsiasi obiezione verso la volontà d'integrazione europea perseguita dai vari governi ucraini, ma persino ha ripetutamente espresso il proprio entusiasmo per quest'eventualità che creerebbe un legame incrociato tra Europa e Eurasia.

Un altro punto su cui il nuovo governo ucraino è stato molto rassicurante con Mosca, è quello riguardante la Flotta del Mar Nero già sovietica, a lungo contesa tra Ucraina e Russia, che si è poi concordato passasse perlopiù a quest'ultima, la quale la ormeggia nella rada di Sebastopoli, in Crimea, affittata dall'Ucraina. In effetti, Sebastopoli appare agli esperti come l'unico sito adatto ad ospitare quella che fu uno dei gioielli delle forze armate sovietiche, e che oggi si vede surclassata persino dalla flotta turca. Il primo ministro ucraino, Julia Timošcenko, interpellata a proposito dalla Novosti, ha fatto sapere che il nuovo esecutivo non rivedrà alcuno degli accordi bilaterali presi da Kucma col Cremlino.

Segnali positivi, questi, per il mantenimento di buone relazioni tra Mosca a Kiev, confermate anche dall'incontro tra Putin e Jušcenko tenutosi a Kiev il 19 e 20 marzo. Il Presidente russo si è guardato bene dal rivangare i fatti del dicembre scorso, e un sano pragmatismo mostrato dalle due parti ha fatto sì che la stessa Timošcenko, rappresentante dell'ala "dura" antirussa, auspicasse una stretta collaborazione tra Mosca e Kiev. In effetti il nuovo governo ucraino non può ignorare la sua cronica dipendenza economica, e soprattutto energetica, dalla Federazione Russa, che tra l'altro vanta verso l'Ucraina un ingente credito. Oltretutto, Putin si è presentato a Kiev fresco dei colloqui con Chirac, Schroeder e Zapatero, nel quale i quattro capi di stato hanno deciso di lavorare assieme sull'adesione all'UE dell'Ucraina: il che significa che Jušcenko non può fare a meno di Mosca per realizzare il punto principale del proprio programma elettorale.

Eppure, com'è ovvio, non sono state tutte rose e fiori tra i nuovi padroni di Kiev e il Cremlino. Jušcenko, appoggiato se non spinto in ciò da Washington, vuole sciogliere ogni laccio che leghi l'Ucraina alla Russia, e non pare certo disposto ad abbracciare i progetti strategici di Mosca. Anche nel confermare la sua partecipazione allo Spazio Economico Comune, Jušcenko non ha mancato di richiedere un più attivo ruolo del governo ucraino nella sua creazione, probabilmente per riuscire a modellarlo quale organismo meramente economico, e non funzionale all'egemonia geopolitica del Cremlino sulla regione. A questa esigenza di piena autonomia politica risponde anche il fervente lavorio venutosi a generare sull'asse Kiev-Tblisi, volto a resuscitare il GUUAM, l'alleanza strategica tra Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaigian e Moldova che mirava a creare un contrappeso geopolitico alla Federazione Russa entro la Comunità degli Stati Indipendenti. Jušcenko e Saakašvili hanno trovato la comunista ed ex filorussa Chisinau quale alleata più decisa in questo progetto; il che è però ancora troppo poco per riuscire a creare qualcosa di serio. In Uzbekistan l'ubriacatura occidentalista che aveva colto la classe dirigente dopo l'11 settembre 2001, sembrerebbe essere passata in modo sostanzialmente indolore, e oltretutto Islam Karimov non appare l'uomo più adatto a fiancheggiare i due "rivoluzionari" Jušcenko e Saakašvili. Il Presidente uzbeko, che ritirò il suo paese dal GUUAM nel giugno 2002, ha apertamente criticato l'estremismo politico imperante a Kiev e Tblisi. A questo punto il coinvolgimento dell'Azerbaigian è d'obbligo perché il GUM raggiunga quella massa critica minima (GUAM) necessaria per farne un organismo concreto e vitale. Infatti, l'indipendenza politica del GUM è vincolata all'autarchia energetica, cosa che soltanto i giacimenti azeri potrebbero garantire. A tal fine, il petrolio azero dovrebbe essere inviato in Georgia attraverso la condotta Baku-Tblisi, quindi imbarcato e trasportato via Mar Nero al terminale di Odessa, ove parte l'oleodotto verso Brody. Ma anche per questo progetto sussistono delle significative difficoltà. Come Taškent, anche Baku guarda con timore all'ondata rivoluzionaria di cui Jušcenko e Saakašvili sono i prodotti più emblematici. Inoltre, pur essendo ancora tendenzialmente filoccidentale, i rapporti tra il governo azero e Mosca sono sensibilmente migliorati negli ultimi tempi. Infine, va considerato che il suddetto oleodotto Baku-Tblisi avrà al suo completamento un ulteriore ramo fino al porto turco di Ceyhan, e con tutta probabilità sarà quest'ultima direttrice quella ad essere privilegiata per l'esportazione del petrolio azero. Resta allora da chiedersi se a Baku troveranno sufficiente materia prima per sfruttare a pieno regime il BTC e nel contempo soddisfare le richieste energetiche di Georgia, Ucraina e Moldova. La risposta più plausibile è senz'altro negativa. E' per questi lampanti problemi organizzativi che in Russia, se il tentativo di resuscitare il GUUAM è correttamente visto come un'operazione rivolta contro di essa, si tende a non sopravvalutare la reale portata che gli sforzi di Kiev e Tblisi potranno avere nel danneggiare il potere regionale di Mosca.

Più problematica è semmai la questione propriamente politica. Durante i moti di piazza a Kiev, i "rivoluzionari" ucraini e le opposizioni russe hanno proclamato a più riprese che la "rivoluzione arancione" sarebbe arrivata fino a Kiev. L'oligarca russo esule e nemico di Putin, Boris Berezovsky, si è già trasferito in Ucraina - il che non è biasimevole per il governo locale poiché ha solo accolto un cittadino straniero. Certamente più provocatorio e irritante per il Cremlino è il fatto che Jušcenko s'avvalga quale consigliere del liberale russo antiputiniano Boris Nemtsov. Se mai l'Ucraina "arancione" mostrasse d'assumere il ruolo di posizione avanzata per un golpe in territorio russo, i potenziali buoni rapporti tra Mosca e Kiev precipiterebbero rapidamente in una drammatica contrapposizione.

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